venerdì 15 marzo 2019

Quando Si Abusa di uno Standard

Una volta all’università il docente che teneva il corso di Qualità delle Misure disse una frase che ricordo bene ancora oggi. Avevamo passato i tre anni precedenti a parlare di “soluzioni standard” per le analisi chimiche: soluzioni a concentrazione nota di un certo analita da utilizzare per costruire una retta concentrazione vs. risposta strumentale, così da poterla poi utilizzare con soluzioni incognite e determinare la concentrazione dell'analita di interesse. Quel professore ci disse che si era utilizzato talmente tanto la parola "standard", che ormai aveva perso di significato; tant’è che oggi, al suo posto, si preferisce dire “soluzioni di riferimento”. È vero che era un noto pistino, forse il più pistino dell’intera università di Torino… ma quello che diceva era indubbiamente vero. 
(Nota a margine: questo professore fa anche una breve comparsa nel racconto Palladio del Sistema Periodico).
Avete mai riflettuto sull’uso – o meglio l’abuso – di alcuni termini? L’uso eccessivo, specie se fatto a sproposito e in contesti non appropriati, alla lunga è in grado di smorzare il significato di un termine. Le parole hanno valore per il significato che attribuiamo loro; perciò se ne sminuiamo il significato inserendole di continuo in contesti a loro estranei, le parole alla fine perdono di valore. Dato che le parole possono cambiare il mondo e il modo in cui ci relazioniamo, è bene prestare attenzione: perché comunicare vuol dire entrare in relazione sociale. Volete qualche esempio?
Una volta ho sentito una ragazza dire: “Oggi non ce la faccio proprio a parlare... sono dislessica.” La dislessia è un disturbo neurocognitivo che comporta diversi problemi, specie nell’ambito scolastico. Affermazioni del genere la sminuiscono, abbassandola da condizione difficoltosa a una semplice stanchezza mentale. Considerate che la parola cretino viene da cretinismo, che è un tipo di ritardo mentale: col tempo il termine è passato a essere un semplice insulto. Tra l’altro assieme a noi c’era anche un ragazzo affetto da dislessia, che ovviamente non apprezzò l'uscita di quella ragazza... la quale si fece una gran figuraccia.
Altro esempio è sessismo. Io sono dell'idea che attualmente ci sia una grande confusione (e strumentalizzazione) di questa parola. Un tempo frequentavo il gruppo di lettura della biblioteca della mia città, e in un'occasione si discuteva dei termini “sindaca, ministra e assessora”, che ad alcuni di noi sembravano foneticamente sgradevoli (io per esempio mi chiedevo perché non sindachessa, visto che si dice dottore/dottoressa...) Inizialmente la si stava prendendo un po' sul ridere, ma grazie al contributo di una persona, il discorso si è fatto subito serio. Vi riporto qui il dialogo surreale che ne venne fuori, lasciando giudicare voi.

«No, questa cosa la so, perché ce l'hanno insegnata. Bisogna dire “sindaco e sindaca”, perché al maschile finisce con la "o". Invece se termina con la "e", rimane invariato. Infatti non si dovrebbe dire “vigilessa”, perché sarebbe sessista. È così, è l’italiano» dice una.
«E allora assessore e assessora?» faccio io.
«No, lì si fa eccezione» risponde lei.
«E allora guardia giurata?"» fa un altro. «Perché non "il guardio giurato"?»
«Perché la guardia giurata in genere è un uomo, quindi non c'è bisogno di distinguere» risponde lei.
«Una volta ho letto che diversi anni fa si voleva eliminare il termine aviatrice, perché considerato sessista» dico quindi io. «Ovvero uno sarebbe aviatore a prescindere dal suo sesso. Quindi il sessismo lo si considerava da un'altra prospettiva. Io direi che certe volte il sessismo sta nell'occhio di chi guarda.»
E lei concluse dicendo: «Se in un gruppo di persone siamo tutte donne e ci sei anche tu, dobbiamo riferirci al maschile. Questo è sessismo.»

No, queste sono regole grammaticali e non bisogna strumentalizzare. Sessismo è che una donna guadagni di meno rispetto a un uomo oppure non abbia le sue stesse possibilità di carriera, non per demerito, ma solo perché donna. Cioè che si venga giudicati non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Mettendo il termine sessismo di qua e di là, si rischia non solo di esasperare tutto quanto, ma persino di arrivare a smorzarlo, col risultato di renderlo una cosa meno grave di quanto invece sia.
Veniamo a un altro caso. Quante volte capita di sentir parlare di "cibi biologici”? Ma se ho un pomodoro transgenico coltivato in Cina in una serra idroponica foraggiata a pesticidi chimici, quello è altrettanto biologico di un pomodoro pachino a chilometro zero coltivato in terreno usando stallatico come concime. Il termine "biologico" viene usato impropriamente, perché indica qualsiasi tessuto proveniente da organismi viventi, a prescindere dalla salubrità. Bisognerebbe evitare di usare a sproposito un termine neutro (cioè che non si porta dietro un'accezione positiva o negativa), dato che biologico non è affatto sinonimo di “sano, buono e naturale”. Anche perché esiste un termine più adatto: genuino.
E concludiamo con l'abuso del termine “chimico”. Se metti la parola chimico da qualche parte, intendi qualcosa di negativo. “Ma è una roba chimica, quella? Allora fa male!” Il problema dello sprovveduto è che non si rende conto che ogni cosa che ci circonda è “chimica”, perché tutto è fatto di sostanze chimiche. Acqua e aria comprese. Non mi verrete a dire che l’acqua, essendo una “roba chimica”, fa male?
(Anche se qualcuno di voi magari potrebbe aver letto il racconto Ossigeno, sempre nel Sistema Periodico, e avere qualche dubbio in proposito...) 
Il termine chimico viene usato come contrapposizione di naturale. Tanto per cominciare esistono dei termini più adatti, quali sintetico oppure artificiale. Ma in ogni caso la vitamina C dell’arancia e quella sintetizzata in laboratorio sono esattamente identiche: non ha importanza la provenienza, perché si tratta della stessa molecola e ha i medesimi effetti. Una molecola non conserva memoria della sua sintesi o biosintesi che sia; tantomeno dell'intorno con cui è venuta a contatto, non ricorda nulla della sua nascita. Certo, è meglio assumere la vitamina C bevendo un succo di frutta, piuttosto che un integratore, ovvero il contesto ha anche la sua importanza... ma questo è un altro discorso.

17 commenti:

  1. Sull'uso e abuso della parola "chimico/chimica" sfondi una porta aperta con me! Ormai questo termine viene visto come sinonimo di veleno quando, come tu stesso dici e come ripeto milioni di volte io, TUTTO E' CHIMICA.
    Dall'acqua al nostro sangue, passando per gli alberi, gli animali ecc.
    C'è troppa chemofobia, troppa. E talvolta la trovo anche tra i miei stessi colleghi che si vantano di mangiare solo cibi naturali senza "aggiunte chimiche".
    Cazzarola, al massimo usa la frase "senza molecole sintetizzate in laboratorio"! Se fossi una professoressa li boccerei solo per questo :D

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    1. Sì, che poi siccome è sintetico sembra male. Basta solo dire che la maggior parte dei farmaci sono prodotti per via sintetica; ci sono anche i "rimedi naturali", e allora lì sì ha almeno un senso usare questo termine.

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  2. Vero, vero: hai riportato esempi concreti di questa cosa.
    Le parole cambiano, la lingua è in evoluzione.
    Ho sentito oggigiorno riferirsi a "protesi" in senso figurativo, del tipo "hai la protesi" come a dire genericamente che sei handicappato, specie mentalmente (anche se appunto, protesi a sostituzione del cervello non ve ne sono...).
    Insomma, si fanno metafore, si fanno figure sfumate. La lingua è bella anche per questo, però :)

    Moz-

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    1. "Hai la protesi" ancora mi mancava... Ci aggiungono magari anche un "minchiapotenza, zio!"? Spiegherebbe bene, il contesto... 😁
      Comunque sono d'accordo: una lingua si evolve naturalmente, non la si può forzare. Altrimenti si ottiene l'effetto contrario.

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    2. Esattamente, zio!
      Minchiapotenza a tavoletta :D

      Moz-

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  3. Sotto certi aspetti sembra simile al post che ho pubblicato anch'io. Anche se io lo incentrato su altri termini e altre considerazioni. Ma credo che l'aver scritto due articoli quasi con lo stesso tema sia segno dello stesso "fastidio che proviamo"

    Grazie

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    1. Questo articolo l'ho scritto diversi mesi fa... è un'incredibile combinazione che nello stesso giorno tu abbia pubblicato un articolo sullo stesso tema!
      Comunque abbiamo tratteggiato un comune denominatore: l'utilizzo fuori contesto (tu dicevi fuori luogo) di certe parole o locuzioni.

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  4. L'uso improprio delle parole ormai è una mania. Nel nostro modesto ambito dell'autopubblicazione mi è capitato di leggere messaggi (spam in effetti ;-) di un collega autopubblicato che definiva il sito su cui si potevano scaricare il suo ebook e quelli di altri autopubblicati una "start-up"...

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    1. Io ovviamente mi riferivo al solo italiano, ma anche l'inglese non scherza per quanto riguarda l'uso improprio e l'abuso.

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  5. Volendo parlare di termini utilizzati in maniera impropria hai presente quando i selezionatori (anzi i "recruters" come si dice oggi) di una ditta o di un'agenzia interinale parlando dei dipendenti utilizzano il termine "risorse" al posto del più corretto lavoratori o, per l'appunto, dipendenti.
    Ecco anche quello secondo me è un utilizzo improprio.

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  6. Mah! La ragazza, volendo riferirsi ad un disturbo del linguaggio, pur volendo esagerare, avrebbe dovuto dire "afasica" o "disfasica" ma forse non conosceva il termine, che è più propriamente scientifico e noto agli addetti ai lavori. Dislessica è più nota e comunemente usata come parola ed è comunque riferita al linguaggio benché non a quello orale, ma scritto. Il sessismo invece esiste ed esiste anche o forse soprattutto nel linguaggio e nella grammatica e la desinenza in -essa suona spesso ridicola, rappresentando una connotazione atta a svilire anche il ruolo lavorativo cui si riferisce ed è un fatto che la denominazione per molti ruoli lavorativi, soprattutto di prestigio è rigorosamente maschile. Al femminile si dice cameriera e non camerieressa :-D alcune desinenze possono essere in -essa altre semplicemente in -a dipende cosa risulta più eufonico ed appropriato e cosa prevale nell'uso corrente. Non voglio dilungarmi troppo, ma che le parole modifichino il loro significato in base all'uso prevalente che se ne fa è un fatto che accade da sempre e non è necessariamente un fatto negativo: è semplicemente un fatto da registrare e di cui prendere atto.

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    1. Infatti. La dislessia comporta delle difficoltà nella lettura, non nell'eloquio.

      Per la questione sessismo:
      1) premetto di non aver MAI affermato che il sessismo non esista, anzi.
      2) "la desinenza in -essa suona spesso ridicola";
      questo lo dici tu, io non la trovo assolutamente ridicola, per esempio in professoressa o studentessa; piuttosto trovo, come detto, foneticamente sgradevoli ministra e sindaca, ma lì è un mio giudizio squisitamente personale.
      3) "rappresentando una connotazione atta a svilire anche il ruolo lavorativo cui si riferisce"
      questa è una tua personale interpretazione.
      3bis) e se per questo, non credere che ministra non possa venire detto anche in termini sarcastici.
      4) "è un fatto che la denominazione per molti ruoli lavorativi, soprattutto di prestigio è rigorosamente maschile".
      E che dici di: professoressa, dottoressa, avvocatessa, presidentessa, poetessa, regina, imperatrice, senatrice, scrittrice? Oppure non sono abbastanza di prestigio? E tra l'altro credo che chi non abbia un ruolo lavorativo "di prestigio", come l'hai definito (sarei curioso di sapere quali...), avrebbe qualcosa da ridire su questo svilimento della propria mansione.

      La lingua si evolve, è vero, ma spontaneamente: non se ne può forzare l'evoluzione.

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  7. Hai ragione oggigiorno non solo si tende a sminuire certi vocaboli ma, da un po' di tempo. a volte invece, scientemente, li si vuole piegare ad un significato anche lontano dal loro originario spesso per manipolare l'opinione pubblica. Pensa al famoso oramai ossimoro "guerra di pace"

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    1. Sì, e molto spesso sono utilizzati nel giornalese o nel politichese...

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  8. Molto interessante questo tuo articolo. Per quanto riguarda la questione delle professioni volte al maschile o al femminile, segnalo soltanto che siamo messi meglio del tedesco, che ad esempio indica con il neutro la parola ragazza (das Mädchen). E' inutile forzare certi termini adeguandoli. Molto meglio, come dici tu, intervenire sugli atteggiamenti sessisti che si presentano, e si ripresentano, nella vita quotidiana. L'unico consiglio che mi sento di seguire è quello di non mettere l'articolo davanti ai cognomi: ad esempio, non scrivere "la Boschi", ma "Boschi". A parte che "la Boschi" sta malissimo, ma questo si può fare e non è una forzatura.
    Per quanto riguarda la parole usate impropriamente, mi trovi d'accordo su tutto. Molte imprecisioni sono generate proprio da coloro che dovrebbero essere maestri di scrittura, cioè i giornalisti.

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    1. Quello del mettere l'articolo davanti al nome o cognome di persona è un'abitudine radicata qui del nord, mi pare sia di derivazione dialettale. Però viene usata anche con gli uomini: il Gino, l'Amedeo...

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