mercoledì 15 marzo 2017

Ore d'Orrore III - La Paura (parte 1)

Bentornati, cari amici del terrore, e benvenuti all'ultimo episodio della rubrica Ore d'Orrore. Siete pronti per il gran finale?
In questo specialissimo articolo, diverso da tutti gli altri che l'hanno preceduto, potremo finalmente tirare le fila di un discorso andato avanti per ben tre anni, e che giunge qui alla sua conclusione.
Prima di iniziare è però necessario fare alcune indispensabili premesse, le quali sono per l'appunto l'argomento di oggi...


Ore d’Orrore
“Ci sono molte buone ragioni per avere paura del buio” 

"Avere paura è una delle tante naturali funzioni umane, come respirare. È come si reagisce alla paura quello che veramente conta." (dal telefilm Ai Confini della Realtà)

Le Storie
Da sempre l'Uomo inventa e racconta storie, e quella del narrare è una delle nostre caratteristiche antropologiche più antiche e radicate. Ma perché sentiamo il bisogno di ascoltare e raccontare delle storie?
Il mondo in cui viviamo è strano. Complesso. Pericoloso. Allora abbiamo bisogno di creare storie e di sentirne a nostra volta per essere preparati ad affrontarlo al meglio. E più queste storie sono strane, meglio è. Ogni creatura vivente deve affrontare continuamente dei pericoli e la sopravvivenza è assicurata al più adatto, non al più forte: chi si sa adattare al meglio alle situazioni, vive; chi non ci riesce non sopravvive.
I neuroni specchio sono delle cellule presenti nel cervello con cui si apprendono le azioni che si vede compiere. Sia quando si svolge un’azione, sia quando la si vede compiere da altri, ma anche solo se la si sta ricordando o immaginando, per il cervello non c’è differenza: essi si attivano comunque. Leggere o ascoltare storie li attiva, ovvero per il nostro cervello è come se noi stessimo vivendo ciò che ci viene raccontato, che è quindi un modo per far vivere ad altri sensazioni ed emozioni trasferendogliele attraverso la narrazione. Le storie permettono di essere neurologicamente preparati ai possibili scenari futuri in cui l'individuo s'imbatterà e su cui si giocherà la sua sopravvivenza. Nel mondo moderno questo non è da intendersi solo come "scampare alla morte”, bensì in senso più lato: emergere nel contesto sociale, superare i piccoli e grandi ostacoli quotidiani, vincere il confronto coi concorrenti… Ovvero sopravvivenza sociale.
Ma questo non è tutto: raccontare storie è un’attività fortemente sociale, il cui scopo è comunicare o meglio ancora trasmettere emozioni e riceverne in cambio. Il nostro è un cervello sociale e il raccontare storie non è altro che una manifestazione di questa caratteristica, perché comunicazione è entrare in relazione sociale. Il nostro cervello è infatti diverso da quello delle altre specie: abbiamo un particolare tipo di neuroni, le spindle cells o neuroni di von Economo, che si occupano del comportamento sociale e si trovano solo in specie altamente sociali, come la nostra, alcune scimmie ominoidee e i cetacei. Si ritiene facilitino la rapida trasmissione di informazioni rilevanti in termini di emozioni relazionali e che quindi intervengano nella mediazione del loro valore affettivo, contribuendo ai processi che favoriscono la comprensione e l’instaurarsi di comportamenti socialmente appropriati.

Le Emozioni
Le emozioni sono degli stati mentali correlati a situazioni psicofisiologiche, indotte da stimoli interni ed esterni. Esse sono preziose perché forniscono informazioni sull’ambiente che ci circonda o su di noi: sono quindi fondamentali per comprendere noi stessi, l'ambiente fisico e sociale in cui viviamo e il nostro modo di relazionarci a esso. Inoltre memorizziamo meglio ciò che suscita in noi un’emozione e la memoria di eventi e situazioni è utile a fronteggiarne di simili, in modo da accorciare i tempi di risposta. Il fattore tempo è fondamentale alla sopravvivenza: la vita è velocità e dinamicità, perché sopravvive chi risponde rapidamente alle situazioni, chi è in grado di adattarsi velocemente al contesto in cui si trova ad agire.
Sono sei le emozioni primarie: rabbia, tristezza, gioia, disgusto, stupore, paura. La rabbia, l’emozione più riconoscibile, indica la presenza di un problema, di qualcosa che non va. La tristezza, che viene spesso svilita, porta invece all’introspezione, quindi a fare un lavoro su se stessi in modo da riconoscere le proprie attitudini. La gioia è correlata alle situazioni che funzionano, un costante riferimento a ciò che è meglio fare, perché tendenzialmente si cerca di ripetere le cose che fanno sentire bene. Il disgusto preserva dalle malattie: una delle funzioni prime di olfatto e gusto è riconoscere la presenza di sostanze potenzialmente tossiche o nocive, in modo da tenersene alla larga. Lo stupore è l’emozione dell’apprendimento: ci si stupisce di fronte a cose nuove o che deviano dalle aspettative, che perciò verranno ricordate con maggiore facilità e delle quali verrà messo in moto un processo analitico. La paura è l’emozione che preserva dai pericoli: in poche parole, è essenziale per la sopravvivenza.

La Risposta alla Paura
A livello neuroanatomico la sede delle emozioni è il sistema limbico, dove si trovano ipotalamo e amigdala, che associa a ogni percezione un’emozione; nel sistema paralimbico avviene invece la loro elaborazione. L’amigdala in particolare si occupa della paura.
La risposta fisiologica alla paura inizia nell'ipotalamo, che secerne corticotropina: quest'ormone dice alle ghiandole surrenali di aumentare la produzione di cortisolo, che serve a preparare l'organismo alla difesa. La corticotropina ha un meccanismo a feedback negativo, ovvero è regolata in modo che un suo aumento sia un segnale per diminuirne il rilascio. Da una parte l'ambiente chiede di aumentarla, dall'altra l'organismo dice di diminuirla: il modo in cui il soggetto bilancia queste due richieste, è il modo in cui sta affrontando la paura. L'amigdala sblocca quindi il rilascio di adrenalina: quest'altro ormone surrenalico dirotta l’energia da dove al momento serve di meno (pelle e polmoni) verso dove invece serve di più (cuore, cervello, muscoli). Il risultato è un abbassamento della temperatura cutanea (brividi), per cui in risposta si rizzano i peli (pelle d’oca) e aumenta la sudorazione (sudori freddi), e si ha un aumento della frequenza del respiro (affanno); aumenta il ritmo cardiaco (il cuore batte più forte) per pompare più ossigeno verso cervello e muscoli, in modo che l’individuo sia pronto a fronteggiare il pericolo. Ma l'adrenalina riduce anche il campo visivo (essere resi ciechi dalla paura): se non si affronta nel modo giusto la paura questa rischia di far perdere il controllo razionale (panico), fino poi a paralizzare completamente l'individuo (terrore).
Una volta superata la situazione, i picchi di adrenalina calano, e il cervello, per calmare il soggetto, rilascia endorfine, una sorta di equivalenti endogeni della morfina: terminata la paura, ci si sente sollevati. Inoltre si è anche imparato qualcosa che sarà estremamente utile di fronte a una nuova situazione di pericolo, che verrà quindi gestita in maniera funzionale: si ipotizza infatti che l'amigdala sia anche la sede dell'apprendimento associativo, aiutando così l'individuo nel valutare il significato emotivo degli eventi.

Emozioni e Storie
Proviamo a correlare ogni emozione a un diverso genere narrativo: il significato sotteso è che quel particolare tipo di storia faccia esperire nel suo fruitore un certo tipo di emozione, come se ne fosse egli stesso il protagonista, preparandolo in questo modo a situazioni similari in cui potrebbe venire a trovarsi.
La rabbia, che è da intendere in senso di passione, è l’emozione delle storie d'avventura, comprese le avventure amorose. Lo scopo è di accendere passioni affinché possano venire replicate. 
La tristezza è l’emozione della tragedia. Essa porta all’introspezione e la tragedia classica aveva infatti una finalità catartica, volta alla risoluzione di conflitti interiori. Lo scopo è dunque purificatorio per la psiche dell'individuo. 
La gioia è l’emozione della commedia. Ridere fa bene perché innesca dei meccanismi fisiologici che hanno un effetto benefico sulla salute. Lo scopo è dunque di carattere salutistico. 
Il disgusto è l’emozione delle storie volgari oppure ritenute riprovevoli da un punto di vista ideologico. Lo scopo potrebbe forse essere quello di far riconoscere i limiti di accettazione di determinate situazioni, facendoci in questo modo comprendere meglio noi stessi. 
Lo stupore è l’emozione delle storie di genere: la fantascienza e il fantasy, che accendono la fantasia, e i gialli, che mettono in moto il ragionamento. Lo scopo è di dare all’emisfero sinistro del cervello (razionale) e a quello destro (emotivo) materiale su cui lavorare; hanno perciò una finalità intellettiva. 
La paura è l’emozione delle storie del terrore: lo scopo è di preparare l’individuo a gestire la paura, condizione indispensabile a fronteggiare una situazione di pericolo. Perché, come diceva Mark Twain, il coraggio non è l’assenza di paura, bensì resistenza e dominio della paura.

Per oggi è tutto, amici dell'orrore. Mentre Vulnavia mette un po' d'ordine in laboratorio, io vi do appuntamento a fra cinque giorni con la seconda parte dell'articolo.

12 commenti:

  1. Articolo preciso e interessante come sempre. Io ho avuto sempre una propensione per le storie di avventura, che perdura ancora oggi. Penso che sia un residuo di comportamento adolescenziale, il bisogno di evasione con vicende alla Salgari. Forse anche per questo motivo mi piace il romanzo storico.

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    1. Ecco, credo che tu abbia toccato un punto più che fondamentale. Le storie di rabbia (passione) sono storie adolescenziali, cioè ci fanno crescere (la rabbia è un'emozione che si associa bene all'adolescenza). Infatti siamo venuti su proprio con storie di avventura: L'Odissea, I Viaggi di Gulliver, I Tre Moschettieri, Robin Hood, Il Giro del Mondo in 80 Giorni...

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  2. Immagina un'opera che abbia tutto questo.
    Berserk, tipo :)

    Moz-

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    1. Secondo me se sei in grado di inserire tutti questi elementi, dosandoli bene, crei il capolavoro.

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  3. Direi che posso considerarmi un lettore onnivoro, visto che mi è sempre piaciuto assaggiare storie legate a tutte e sei le tipologie che hai descritto. Ma aggiungo anche che questo per me è ancor più vero in riferimento al cinema.

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    1. Infatti ho parlato di genere narrativo, non letterario: che la forma sia scritta, orale o visiva, non ha importanza, è solo la modalità utilizzata. Ciò che conta è la storia e le emozioni che essa trasmette.

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  4. Ciao Marco, questo post è veramente stimolante e mi sono piaciuti molto anche i commenti che mi hanno preceduta. Genere narrativo, che passa anche attraverso le immagini pittoriche. Ad esempio, un quadro che suscita rabbia e tristezza è senz’altro Guernica, di Picasso. Per lo stupore, unito alla paura, mi viene in mente L’assassino minacciato, di Magritte. La gioia si riscontra in tanti quadri, ma in alcuni è ancora più vibrante, come ad esempio nelle ninfee di Monet. Disgusto e orrore li collego ad alcune opere di Otto Dix, come I sette vizi capitali, ma anche in quelle di Hieronimus Bosch. Chiaramente questi sono solo alcuni esempi e il gioco potrebbe continuare all’infinito.

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    1. Mi è piaciuto davvero tanto il tuo commento. Io ho parlato di narrativa, ma certamente anche le arti visive trasmettono emozioni. E ogni dipinto racconta una storia, e come dicevo, non ha importanza la forma scelta per raccontarla, ma solo il racconto e le emozioni che trasmette.
      Questo tuo commento potrebbe essere un ottimo spunto per un approfondimento sulle diverse emozioni che suscitano le opere d'arte.

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    2. :-D ammetto di aver manipolato la terminologia, ma in effetti se sostituiamo la narrazione con il genere narrativo il gioco è fatto e a me piacerebbe tantissimo un tuo futuro post sull'espansione del tema. :)

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    3. Potrebbe essere un'idea. Vedremo dove porta. Ci penserò. :)

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  5. Mi piace molto l'associazione che hai fatto delle emozioni alle tipologie di storie. Da giovane mi piacevano i film dell'orrore: immedesimandomi nelle atmosfere e vivendo momenti di tensione attraverso lo schermo le proiettavo al di fuori di me e questo mi ha permesso negli anni di superare certe paure infantili tipo il buio, il sottoletto o gli specchi. (Sì, ha letto bene: sotto letto! ) Direi quasi, in modo paradossale, che i film dell'orrore mi hanno aiutato a crescere. :)

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    1. Ma certo, raccontare storie ha un profondo senso evolutivo! Le storie di paura sono speciali in questo perché è l'emozione più sperimentata, già da bambini. Il buio, per l'appunto, è un ottimo esempio: nel buio non si vede, quando non si sa cosa ci sia. La paura più grande è quello che non conosciamo, perché se lo conosciamo razionalizzarlo e ridimensionarlo.

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