giovedì 4 giugno 2020

L'Alienazione del Quotidiano (parte II)

L'alienazione è una condizione psicologica ed esistenziale caratterizzata da un senso di sfiducia verso la realtà percepita. Da un punto di vista sociologico è una condizione in cui nelle relazioni sociali un individuo avverte uno scarso livello di integrazione o valori comuni con gli altri e un alto grado di distanza o isolamento da essi. Può essere il risultato di un processo di spersonalizzazione, attraverso l'adozione impositiva e ripetuta di determinati schemi mentali e/o comportamentali allo scopo di normalizzare ed equalizzare gli individui, ovvero per rimuovere comportamenti devianti da ciò che è ritenuto essere la norma o il comportamento più consuetudinario. 

Per fare parte di una società, le persone devono accettare di attenersi a una serie di regole (il contratto sociale), perciò il comportamento individuale è prevedibile sulla base di dette regole: ovvero ci si aspetta che gli individui si comportino in un certo modo. L'individuo che devia dalla norma è qualcosa di non-prevedibile e, non attenendosi più al contratto sociale, entra nella devianza, condizione stigmatizzabile, in quanto sovversiva della regole costitutive della società. La risposta può essere di assorbire il comportamento deviante (il che implica un cambiamento nella società stessa, per esempio nei costumi sociali) oppure di normalizzarlo (ovvero eliminarlo, così da tornare alla condizione normale). Si deve però tenere presente che ciò che si ritiene "normale" è stabilito di volta in volta dal gruppo sociale di appartenenza: la normalità non è infatti un concetto assoluto, ma derivante dalle regole e consuetudini del gruppo sociale stesso.
A seguito del processo di normalizzazione il soggetto acquisisce la percezione di essere socialmente equivalente e indistinguibile dagli altri individui, perdendo la propria connotazione di essere unico e irripetibile, per arrivare a sentirsi un componente anonimo di un tutto omogeneo, come essere l'ingranaggio di una macchina, o solo un altro mattone nel muro.
Seeman identifica nell'alienazione cinque significati o dimensioni. L'impotenza è data dall'aspettativa che gli sforzi dell'individuo non determinino i risultati che desidera, ovvero la sua incapacità di controllare gli eventi: un lavoratore si sente alienato se ininfluente nella macchina decisionale. L'insignificanza è data dalla mancanza di comprensione degli eventi in cui si è coinvolti: un individuo si sente alienato per un sovraccarico informativo, ovvero se non riesce a semplificare e ottimizzare il torrente informativo che riceve. L'anomia è data dalla rottura delle norme sociali o dalla loro inefficacia come regole comportamentali: un individuo si sente alienato se non riesce a identificarsi coi valori dominanti e le consuetudini della società di cui fa parte. L'isolamento è la sensazione di essere separato dalla propria comunità: un individuo si sente alienato se è tagliato fuori da relazioni sociali soddisfacenti. L'autoestraniamento è la percezione di se stessi come un'altra persona: un lavoratore si sente alienato se pensa a se stesso unicamente come lavoratore e non anche come individuo.


L'alienazione può quindi sussistere in varie forme: mentale, sociale, ma anche digitale. Perché a volte il mondo della rete può diventare un rifugio e la via di fuga da una realtà divenuta insostenibile: è ciò che si riscontra nel fenomeno sociale degli hikikimori. Termine giapponese che indica lo "stare in disparte", si riferisce a coloro che hanno deciso di ritirarsi dalla vita sociale. 
Nella società e cultura giapponese la competitività sociale e lavorativa è vissuta in maniera molto forte, già a partire dal periodo scolastico, così da raggiungere e adeguarsi a modelli di successo e autorealizzazione, il che genera una fortissima, spesso intollerabile, pressione psicosociale. L'individuo emotivamente resiliente riesce ad andare oltre, mentre in altri si genera un profondo senso di inadeguatezza. L'incapacità di rispondere alle imposizioni della società viene vissuta dall'individuo in maniera fallimentare, portandolo a dare come risposta quella di isolarsi dal mondo e non uscire più di casa, se non persino dalla propria stanza, per andare a rifugiarsi nel mondo digitale, l'unica realtà accessibile e accettabile, in quanto sicura e protetta, che diviene il luogo in cui intrattenere relazioni sociali soddisfacenti. Non fare più parte della società è il loro silenzioso grido di risposta, la ribellione a un tale modello. Oltre all'isolamento sociale gli hikikomori soffrono spesso di depressione, comportamenti ossessivo-compulsivi e manie di persecuzione, rendendo la condizione confrontabile con quella dell'alienazione.
Un altro tipo di risposta disfunzionale a questo modello è il fenomeno sociale dell'ijime, che potrebbe anche a essere tra i fattori scatenanti l'ikikomori. Si tratta di una forma di violenza psicosociale di gruppo in ambiente scolastico, a metà tra il bullismo e il mobbing, con carattere persecutorio e ostracizzante: alcuni studenti identificano nella classe un individuo incapace di reagire e lo sottopongono sistematicamente a pratiche vessatorie e disumanizzanti per mesi, o anche anni, nel silenzio complice e omertoso del resto della classe. A volte persino degli insegnanti, che in alcuni casi hanno approvato o incoraggiato e addirittura partecipato a tali pratiche. Per il suo carattere di sopraffazione, considerarlo semplicemente bullismo sarebbe riduttivo: nel mobbing si ha una violenza di gruppo verso un individuo che non è riuscito a inserirsi positivamente all'interno del gruppo sociale, allo scopo di estrometterlo, come in alcune specie animali i membri del branco attuano un comportamento aggressivo verso uno dei suoi appartenenti (in genere debole o malato), per spingerlo ai margini, così da essere più facilmente soggetto ai predatori. Ovvero sacrificare l'elemento debole per rafforzare il gruppo. 
Viene da chiedersi se un tale modello sociale, in cui i forti e i vincenti sono considerati da elogiare e i deboli da stigmatizzare e prevaricare, sia la replica in piccolo dell'intera società oppure se a seguito di esso si costruiscano le basi per replicarlo nella società nel suo complesso. Ovvero se l'ijime è il risultato oppure la causa di un tale modello di società, e se sia considerato normale, ricordando che il concetto di "normale" viene stabilito di volta in volta dal gruppo sociale stesso: perché in una società disfunzionale possono essere considerati normali anche modelli comportamentali aberranti.

14 commenti:

  1. Poi c'è da stupirsi se la gente prende la pistola e inizia a fare una strage nella scuola? XD
    Inizierei dai professori, se sono complici.
    I giapponesi comunque sono un popolo molto particolare.
    Comunque... spesso separare serve per dominare.
    E in ogni caso, la normalità non è certo assoluta ed è data sicuramente dalla maggioranza, però esistono dei confini secondo me entro i quali sei più o meno "normale", pur se non del tutto allineato.

    Moz-

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    1. In Giappone hanno grosse tensioni sociali, che non ci arrivano perché forse sono bravi a nascondere tutto sotto il tappeto. Per esempio alcuni anni fa avevo letto che era stato necessario suddividere i convogli della metropolitana in vagoni per uomini e per donne, a causa dell'elevato numero di molestie subite dalle passeggere.

      Sull'ultimo paragrafo ti devo contraddire: non esiste alcun criterio che definisca la normalità. Secondo la teoria della devianza, ciò che è normale viene stabilito dalle regole e consuetudini della società.
      Esempio: se domani per un evento apocalittico il 99% della popolazione mondiale diventasse irrimediabilmente folle, sarebbe quella condizione normale. In un mondo di pazzi sono i sani quelli a non essere normali.

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    2. Sì, quella in metro è una piaga sociale.
      Popolo assurdo, stranissimo.
      L'essere troppo inquadrati genera queste strane depravazioni.
      La normalità, sì, è consuetudine... ma anche buonsenso, secondo me.

      Moz-

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    3. Ancora no. Dici così perché pensi alla normalità come a qualcosa di buono e giusto. In parte è corretto, perché deriva sempre da una scelta tra sano e malsano, sicuro e pericoloso. Ma normalità significa letteralmente "aderenza alla norma" e norma è un sinonimo di media. Cioè aderenza al comportamento medio. Sei normale se ti comporti come la maggior parte degli individui.
      La teoria della devianza sostiene che ciò che è normale è stabilito dalla società stessa.
      Ti faccio l'esempio che viene riportato nei testi di criminologia. Nella Germania nazista si considerava normale l'individuo ariano, cristiano, eterosessuale. Chi non vi apparteneva era una devianza dalla norma. Perciò era ritenuto normale dai nazisti eliminare fisicamente gli ebrei, in quanto indesiderati (ovvero anormali). Questo perché in una società disfunzionale può essere considerato normale ciò che per noi, che apparteniamo a una società funzionale (pur se con mille difetti), è aberrante.
      Altro esempio. Nell'Inghilterra degli anni '50 l'omosessualità era ritenuta una devianza, per cui gli omosessuali scoperti venivano mandati in una clinica dove, tra torture fisiche e mentali, venivano ricondotti alla "normalità", cioè era considerato normale eliminare mentalmente l'omosessualità (che nei testi medici dell'epoca era riportata come "deviazione sessuale").
      Il punto è che la normalità è un concetto dinamico: cambia a seconda del tempo e dei cambiamenti culturali che avvengono all’interno della società.

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  2. Su casi estremi di bullismo verbale potrei dirne qualcuna. Molti anni fa, per esempio, ero supplente annuale in una terza. Una ragazza veniva bullizzata tutti i giorni dal gruppo, che aveva inventato il suo presunto "puzzare".
    La ragazza, come mi disse poi sua madre, aveva sviluppato un'ossessione compulsiva a lavarsi, anche dopo aver impugnato la maniglia di una porta. Mi chiese aiuto e assieme al prof di sostegno organizzai un'ora di riflessione seria.
    A gruppi di 4 venivano chiamati in altra aula e invitati a parlare della situazione, senza nessuna intenzione vessatoria e punitiva, semplicemente portandoli alla confessione serena dello scherzo cattivo durato fin troppo. Confessarono tutti e divenne occasione di riflessione sulla problematica. Non accaddero più episodi di bullismo in classe per il resto dell'anno. I ragazzi neppure si rendono conto del danno nella maggior parte dei casi.

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    1. Tu hai letto il racconto "Siamo Tutti Chiara". Ecco, in alcuni passaggi si basa su fatti realmente accaduti, che mi furono raccontati da una persona, ovviamente romanzati, a partire dal fatto che il protagonista da uomo è diventato una ragazza emotivamente fragile.
      La resilienza è la nostra capacità di resistere alle sollecitazioni della vita e tornare allo stato iniziale. Ma quando ci si mettono in tanti, come nel bullismo o nel mobbing orizzontale, la psiche va oltre il carico di rottura. Allora purtroppo c'è chi rimane deformato e chi si spezza, e cercare di recuperarlo con la psicoterapia diventa difficile, perché il danno c'è.
      Le menti giovani, come nell'esempio che hai fatto, sono plastiche, quindi puoi lavorarci abbastanza, a differenza di chi ha più anni e ha già una mente vetrosa; però se c'è stato il trauma, diventa difficile per il terapista riuscire a rimuoverlo.
      Anni fa sono stato io stesso vittima di mobbing orizzontale, da parte di una collega che era un tormento, finché poi nel suo delirio di onnipotenza non commise dei passi falsi. Quindi per esperienza so cosa vuol dire, e anche quella sensazione di sentirsi soli contro chi ti vuol male per chissà quale ragione.

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  3. "Un mattone nel muro" è proprio il tipo di metafora che mi aspettavo da un estimatore dei Pink Floyd ;-)
    L'alienazione come la descrivi in effetti è bel delineata. Non è un caso se spesso a alienarsi dal mondo sono le persone anziane: hanno perso i contatti con le persone che conoscevano (qualcuno è morto, altri vivono altrove), vedono tendenze nuove, cose nuove (dalla musica alla moda) che sono molto diverse da quelle della loro gioventù, quindi maturano la sensazione di essere ormai residui di un'epoca che non c'è più, quindi estranei rispetto al tempo presente.
    Un certo senso di alienazione lo sto provando anch'io a essere sincero, questo mondo si evolve in un modo che mi piace sempre meno.
    Vista la mia nippofilia mi è impossibile non esprimere un'opinione anche su hijime e hikikomori. Credo che siano comportamenti conseguenti a certi schemi sociali, però credo anche che non siano tanto peggiori di situazioni simili che esistono pure da noi. Qui in Italia il bullismo viene sottovalutato, se ne parla a volte quando capitano casi eclatanti, però resta un fenomeno sommerso, soprattutto in certe aree geografiche. Anche l'isolamento sociale non è che da noi non esista. Penso che il fenomeno hikikomori abbia avuto risonanza internazionale semplicemente perché il Giappone è stato il primo paese in cui è stato coniato un termine specifico per definire il fenomeno e perché ci sono opere di fiction che affrontano il problema (l'anime "Welcome to the NHK" è un piccolo capolavoro, una delle mie serie preferite proprio perché riesce a parlare di questo problema senza i toni melodrammatici che userebbero in Italia per una fiction su tale fenomeno...)
    Ci sono persone che si isolano da tutto anche in altri paesi, ma non esiste un termine inglese o francese per definirli. Ricordo una signora svedese che diceva che la Svezia ha avuto per parecchio tempo l'etichetta di "nazione dove i giovani si suicidano" perché è stato il primo paese a stilare tabelle dei casi di suicidio applicando anche il criterio delle fasce di età, e così balzava agli occhi che tra i suicidi c'erano anche giovani. Però, ha aggiunto la signora, quando hanno iniziato a elaborare statistiche del genere anche in altre nazioni, si è visto che casi del genere succedevano anche altrove, semplicemente non venivano evidenziati.

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    1. Da giovani abbiamo menti plastiche, orientate alle novità e ai cambiamenti, ma col tempo diventano vetrose, si irrigidiscono in schemi e costrutti mentali. Facendo un parallelismo con la chimica c'è un momento nella vita in cui avviene la transizione vetrosa, cioè il passaggio dall'una all'altra. Le nostre menti sono però termoindurenti: una volta che il processo è avvenuto non si torna indietro, si può solo posticiparne l'avvenire. Le novità incuriosiscono, ma spaventano, mentre l'abitudine è confortevole e rassicurante. Di fronte a un mondo in continua evoluzione, se tu sei fermo a ripensare al passato, che con la retrospettiva rosea percepisci migliore del presente, ti senti un estraneo: l'alienazione.
      Hai ragione a dire che il problema bullismo da noi esista e sia per lo più sommerso, anzi che spesso si cerchi di minimizzare. Ho volutamente distinto tra hijime e bullismo perché ritengo che ci sia una differenza sostanziale tra i due. L'hijime è un fenomeno più complesso, dalle ramificazioni più stratificate.
      Concordo per l'hikikomori, sicuramente il fenomeno riguarda anche altri paesi. Però credo che in Giappone, data la fortissima pressione sociale (basti pensare al karoshi) trovi forse un terreno più fertile che altrove. Del fenomeno, come sottolineavi tu, te ne accorgi solo se inizi a studiarlo, e inizi a studiarlo solo se prendi coscienza che il problema esiste.
      Tra l'altro da noi si verifica anche la deprecabile situazione di genitori che aggrediscono gli insegnanti perchè ritengono che non valutino in maniera adeguata i loro figli. Altro che l'insostenibile pressione psicosociale della società giapponese.

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  4. Anche io, come Ariano, non amo molto il modo in cui la società si sta evolvendo e per questo, riguardo a certi ambiti, ho preso le distanze con un’alienazione che è totale disinteresse e disincanto. Parlo della politica che non mi dà nessuna fiducia, verso cui ho solo un atteggiamento di distacco legato alla mia incapacità di credere nella bontà e nella sincerità dei propositi (e parlo di chiunque: non sono ideologizzata, per me non esiste destra, sinistra, solo persone che fanno e, per me, non fanno mai abbastanza).
    Discorso lungo e fuorviante, pardon!
    Tornando a certi fenomeni tristi di alienazione, l’hikikimori esportato dal Giappone è un limite che necessita di cure serie: il chiudersi in casa e “spegnersi” dentro la rete è una deriva pericolosa per i giovani. Una volta ho visto un servizio in tv dove si parlava di alcuni giovani giapponesi, campioni di questi giochi multi player on line tipo “League of legend”, che smettevano pure di mangiare e stavano 24 ore su 24 a giocare fino a rimbambirsi. È la società che costringe a scelte del genere o sono questi giovani fortemente demotivati che rendono la società così deprimente?

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    1. Riprendo dal fuorviante. :)
      Durante la quarantena ho sentito molti esprimere l'idea che una volta finita sarebbero cambiate alcune cose, che avremmo imparato parecchio da quel periodo e che il dopo sarebbe stato diverso, migliore. Ingenuità incredibile.
      Per rispondere alla tua domanda: è un cane che si morde la coda. Difficile capire quale dei due sia la causa e quale l'effetto. Però da qualche parte va individuato un iniziatore, e credo sia dovuto al crollo dei modelli sociali passati. Il loro fallimento ha determinato una spinta demotivazionale, che ha portato ha una frammentazione dei valori più funzionali in quella che sarebbe stata la futura classe dirigente. Che una volta che lo è diventata classe dirigente ha proseguito il lavoro di demolizione.
      Temo che sia poco consolatorio: è una spirale che si restringe sempre e porta verso il basso...
      Però, forse, la possibilità di invertire il senso di girazione c'è. Mi vengono in mente la nascita di movimenti e la presa di coscienza di tanti ragazzi, per esempio a partire dalla questione ambientale.

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  5. Ho letto con molto interesse, degli hikikomori ne avevo parlato anch'io, ovviamente un percorso diverso. Qui è interessante lo sviluppo legato al bullismo scolastico che esiste da quando io ho memoria. Per fortuna durante i miei anni scolastici da un lato la severità degli insegnanti, dall'altro il mio carattere energico spegneva sul nascere qualunque vessazione nei confronti di qualche compagno. Sicuramente oggi è diverso, la tua disamina sociologica ne mostra le nuove dinamiche.

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    1. La cosa su cui bisogna riflettere - ed ecco l'esempio del Giappone - è se il bullismo sia la conseguenza o la causa di certe dinamiche che ritroviamo nella società. Il ragazzino che bullizza oggi i compagni, sarà il mobber di domani in azienda? O magari il troll/hater in rete?

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    2. Bisogna ragionare in termini di crescita, di influenze, di distacco dal gruppo. È complesso. Sarebbe come dire che il bullizzato ha buone probabilità di diventare un serial killer o quanto meno un assassino.

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    3. Anche, è vero. C'è il rovescio della medaglia sulla vittima, che potrebbe continuare a mantenere questo ruolo anche dopo molti anni, in altri contesti, oppure per il trauma subito potrebbe divenire a sua volta commettitore di violenza.
      E'come gettare un sasso in uno stagno. C'è il punto in cui colpisce l'acqua, ma da lì poi si irraggiano delle onde concentriche.

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