sabato 17 ottobre 2020

Effetto Craving: la Neurochimica del Cioccolato

L'effetto craving è la dipendenza chimica verso una sostanza, ovvero il desiderio impulsivo di assumere una sostanza psicoattiva che porti a una sensazione gratificante, e di conseguenza la compulsione irrefrenabile nel volerla assumere. Desiderio che, se rimane insoddisfatto, può provocare sofferenza fisica e psichica. Il craving rappresenta quindi il desiderio per gli effetti generati dall'assunzione di tale sostanza. 

Si parla di effetto craving sia a seguito dell'assunzione di droghe e alcolici, ma anche di cose tecnicamente innocue come caffè e cioccolata. A dare l'effetto craving nella cioccolata è la 2-fenil etilammina: è questa sostanza a farci venir voglia di mangiare cioccolata e a mantenere vivo in noi questo desiderio. Inoltre è uno dei mediatori biochimici rilasciati nell'innamoramento: per questo motivo ci piace così tanto, e la associamo a ricordi positivi.
In senso generico si può dire che il craving non abbia connotazioni positive o negative: serve a “premiare” neurochimicamente un certo comportamento utile all'organismo. Il cervello ha infatti interesse che il nostro corpo stia bene, e nutre la convinzione, in parte corretta e in parte no, che se siamo felici di conseguenza staremo anche bene fisicamente: questo perché la sfera psicologica, le funzioni cognitive, la fisiologia e il sistema immunitario sono correlati e strettamente sinergici, quindi la stimolazione di uno di essi può influenzare gli altri. 
Su tale sinergia si basa l'effetto placebo/nocebo: credere che un qualcosa faccia bene oppure male può innescare dei meccanismi (ancora non del tutto compresi) in grado di dare effetti realmente positivi (placebo) o negativi (nocebo), pur senza aver assunto alcuna sostanza farmacologicamente attiva, e sono gli stessi che si metterebbero in moto a seguito dell'assunzione di una sostanza che genera effetti di quel tipo. Per innescare l'effetto placebo/nocebo, basta anche solo essere convinti di aver assunto quella sostanza, oppure che abbia quei determinati effetti. Addirittura l'entità degli effetti è proporzionale alla quantità di sostanza che si crede di aver assunto. Si tratta però comunque di un fenomeno fisiologico e non psicologico: ovvero non è suggestione, in quanto gli effetti permangono anche quando cessa l'induzione psichica, e va considerato come un aiuto terapico, non come la terapia in sé.

L'assunzione di alcune sostanze può agire neurochimicamente dando un senso di piacere o euforia. La 2-fenil etilammina mima gli effetti della dopamina, neurotrasmettitore che regola comportamento, cognizione e movimento volontario. Stimoli gratificanti che producono motivazione e ricompensa (sesso, cibo, acqua, sostanze stupefacenti, ascolto della musica) inducono il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens; si ritiene che questa regione cerebrale giochi un ruolo importante in diversi meccanismi cognitivi, come nell'elaborazione del piacere e della paura, ma anche nell'insorgere dell'effetto placebo. Da lì si ha poi un rilascio a cascata di biomolecole, tra cui la serotonina, che regola l'umore, e le endorfine, associate al piacere fisico e a un senso di calma e rilassatezza. 
La cioccolata contiene zuccheri e grassi, sostanze energetiche di cui il corpo necessita; antiossidanti come i polifenoli, che abbattono sostanze dannose; neurostimolanti quali la teobromina e la caffeina; e poi la lecitina, che regola il colesterolo e previene l'accumulo di grassi a livello epatico. Insomma, mangiare cioccolata è visto molto positivamente dal nostro cervello: assunzione di sostanze utili e un senso di piacere, che innesca meccanismi volti a migliorare lo stato generale di salute. 
L'effetto craving è una dipendenza chimica, ma poi diventa psicologica: già solo il pensiero di una cioccolata calda in una giornata fredda e piovosa o di un pezzetto di cioccolato in un momento di pausa sono sufficienti, oltre a stimolare la salivazione, a farci venire voglia di mangiarla. La 2-fenil etilammina non dà però una dipendenza molto forte (cioè siamo in grado di resistere all'impulso irrefrenabile di mangiare cioccolata, anche se un po' a malincuore).
Questo effetto si verifica anche con l'assunzione di alcol; l'etanolo dà un effetto euforizzante, ma è a tutti gli effetti una sostanza tossica, di cui si deve occupare il fegato convertendolo prima in acetaldeide (sostanza epatossica, peggiorando così la situazione) e poi in acido acetico (detossificazione); solo allora può venire utilizzata a livello metabolico. 
Il “paradosso francese” è un presunto fenomeno che si è supposto a seguito di un'osservazione epidemiologica fatta negli anni Ottanta: in alcune regioni della Francia, nonostante una dieta ricca di grassi saturi, l'incidenza di malattie cardiovascolari nella popolazione locale era stranamente bassa. Questo fu correlato al consumo quotidiano di vino, per la presenza in particolare del resveratrolo, un polifenolo con attività antiossidante. In seguito si scoprì che gli studi relativi al resveratrolo erano stati falsati e i suoi effetti ingigantiti, probabilmente sulla spinta di interessi economici per la vendita di vino. La conclusione più veritiera dello studio è che effettivamente l'assunzione di vino “protegga” da malattie cardiovascolari (anche se in maniera molto minore rispetto a quanto sostenuto dal paradosso francese), ma d'altra parte che aumenti l'incidenza di tumori, compreso quello al seno. Ovvero l'importante nel consumare qualcosa è la moderazione.
Anche il cosiddetto "cibo spazzatura" (junk food) in effetti non esiste, si tratta di una concezione derivante dalla moda salutistica degli anni '80: il cibo è tutto buono, perché serve tutto all'organismo. Ciò che fa male è invece l'eccesso: si può mangiare ogni tanto del junk food, mangiarlo tutti i giorni non va bene.
L’urgenza di utilizzare la sostanza associata al craving è connessa a un conflitto neurocognitivo tra la motivazione all’assunzione e la consapevolezza del rischio che ne deriva. Il nostro corpo, guidato dal cervello, cerca di provvedere alla nostra sopravvivenza attraverso vari meccanismi, proteggendoci da ciò che possa metterci in pericolo; eppure sembrerebbe che il cervello non si preoccupi delle conseguenze a lungo termine. Questo perché il nostro cervello vive nel presente. Ogni volta che pensiamo al nostro io futuro, si attiva un’area cerebrale chiamata corteccia prefrontale-ventromediale, coinvolta nell'elaborazione del rischio e della paura: considera il costo emotivo derivante dal prendere una particolare decisione, valutandone i possibili benefici e svantaggi. Si tratta però di un vero e proprio azzardo, perché in realtà per il nostro cervello il nostro io futuro è come se stessimo pensando a qualcun altro. Quindi sembra che il nostro cervello, istintivamente, non pensi a lungo termine, ma solo ad avere una soddisfazione immediata, e ai vantaggi che ne derivano, senza considerare gli svantaggi che ne potrebbero derivare più avanti.
Insomma, per molte delle nostre scelte spesso non dobbiamo basarci sull'istinto o l'emotività, ma invece dobbiamo prenderci il tempo necessario per pensare consapevolmente a cosa stiamo facendo.

13 commenti:

  1. Sofferenze no, però senza cioccolato non so stare, e nemmeno con la Nutella soprattutto :D

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    1. Sofferenza è in generale per le sostanze che danno effetto craving, ma come scritto nel post, la 2-fenil etilammina non dà un effetto così forte da generare una vera e propria sofferenza, al massimo un rimpianto.

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  2. Il nostro cervello sa che siamo immortali; per questo non si preoccupa del futuro. E il caffè? Devo approfondire (disse lei che beveva soltanto il caffelatte la mattina). ;)

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    1. Il nostro cervello ci fa credere di essere eterni, perché la consapevolezza della nostra mortalità indurrebbe uno stato di angoscia tale da non poter vivere serenamente il tempo che ci è concesso, e ci consumeremmo a poco a poco nel tormento della nostra dipartita. Questa convinzione è uno dei tanti meccanismi, in questo caso psicologico, che il cervello attua per proteggerci e farci così sopravvivere.

      Nel caffè l'effetto craving penso sia dato dalla caffeina. Ed è un craving molto più forte di quello della cioccolata: si può parlare di una vera e propria dipendenza da caffè.

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  3. La cioccolata l'ho dovuta eliminare dalla dieta per motivi di salute, anche di caffè ormai ne bevo ben poco (purtroppo).
    Una cosa che consumo in eccesso sono gli zuccheri, mangio tanti dolci, frutta secca, e altri alimenti a forte componente zuccherina. So che non fa bene alla salute eccedere con gli zuccheri, ma... tra il dire (anzi, il sapere) e il fare...

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    1. Non sapendo bene cosa risponderti, ti dico che la cioccolata bianca in realtà non è cioccolata, perché non contiene cacao, ma solo il burro di cacao.

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  4. Beh, sì: il cervello di tutti, istintivamente, funziona così.
    Solo il ragionamento ci allontana da questa modo di vivere, proprio degli animali: non c'è futuro ma solo appagamento presente.
    Oh, ma che male c'è? :D
    In ogni caso, geniali i francesi che hanno capito come vendere il vino, e geniali anche i salutisti di 20-30 anni fa che capirono dove colpire (il junk food... che figata che NON ESISTE!).
    La cioccolata sì, fa star bene, non per niente era la bevanda degli dei :)

    Moz-

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    1. Dai, quella del junk food te la puoi rivendere al prossimo Mikiepdia! 😁

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    2. Che pure ci sono andato, al BiKappa! XD

      Moz-

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  5. Mi ricordo quando il Simbiote di Venom andò fuori di testa perchè aveva uno scompenso chimico e andava in giro a mangiare cervelli sul serio. La sostanza che gli mancava era appunto la 2-fenil etilammina che poi alla fine scoprì essere facilmente reperibile appunto nel cioccolato, risolvendo così il problema.
    Interessante scoprire che non erano baggianate inventate per fini di sceneggiature.

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    1. Santo cielo, ma hanno veramente tirato fuori una roba del genere?!

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    2. Si, durante gli anni 90. Era la miniserie "Venom: the hunger"

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